mercredi 12 février 2014

CYCLES DE FRESQUES : LA SALLE DU ZODIAQUE DU PALAIS D'ARCO A MANTOUE

Falconetto e il Ciclo di affreschi di Palazzo d’Arco :
un Teatro della Memoria della Grande Opera.


Prima di tutto soffermiamoci sulla porta d’ingresso e retinizziamo i Segni dello zodiaco che si offrono al nostro sguardo (sono 7). Poi procediamo a studiare la loro disposizione: come in ogni tempio che si rispetti, c’è sempre un ordine, una direzione voluta.

Dei quattro momenti cardine del percorso del Sole, e cioè delle stagioni, è chiaramente messo in rilievo l’asse degli equinozi (da Nord a Sud) rispetto a quello dei solstizi (da Est a Ovest).
Sui due lati corti della sala rettangolare (10 m x 15 ca.) si fronteggiano infatti – ma ricordo che, in astrologia, i Segni opposti sono complementari perché appartengono sempre ad Elementi che si “amano”- i due Segni equinoziali:

- l’Ariete , Segno di Fuoco, che scandisce l’equinozio di primavera 
- la Bilancia, Segno d’Aria, che scandisce l’equinozio d’autunno.


Bélier : L’Ariete, primo Segno dello zodiaco, lo abbiamo proprio vicino alla porta d’ingresso, subito alla nostra sinistra; per arrivare alla Bilancia - ahimé distrutta da un caminetto seicentesco - dobbiamo far scorrere lo sguardo su tutta la parete lunga con i cinque Segni che stanno tra i due equinozi, e cioè nella prima metà del percorso annuale del Sole. Nulla si vede dell’altra parte del ciclo stagionale e fra non molto si capirà il perché.

Intanto diciamo subito della consonanza tra ciclo stagionale, dettato dal Sole, e lavoro dell’alchimista. Era fortemente raccomandato di iniziare l’opera con l’equinozio di primavera per finirla in autunno. E non si prenda questa indicazione come un mero limite temporale. La Materia Prima, punto di partenza della Grande Opera, doveva “subire” le stagioni e le varie operazioni non potevano prescindere dalla posizione dei pianeti nel cielo.
Fra i tanti nomi con cui gli alchimisti si chiamavano c’è quello di “agricoltori del cielo” che ben sintetizza ciò che abbiamo appena detto: l’alchimista si occupa dei metalli, nati dalle viscere della terra, ma questa sua “coltivazione” tiene continuamente conto degli influssi del cielo.

Così il tempo dell’Ariete si muta, attraverso il processo stagionale, nel suo opposto: la Bilancia appunto; si passa cioè – facendo riferimento ai simboli grafici dei pianeti che hanno il loro Domicilio (Fig. 1) nei due Segni - da Marte, in cui il corpo (la croce dei 4 Elementi), sovrasta, “comprime” il cerchio dello spirito, a Venere, in cui le due componenti si invertono, si rovesciano. Nella Bilancia è il cerchio dello spirito che sovrasta la materia, facendoci raggiungere una sorta di sublimazione, quasi una prima perfezione. La perfezione è infatti il Sole, rappresentato – come abbiamo già visto - non dal semplice cerchio, ma dal cerchio col suo centro: l’uomo perfetto è colui che ha preso coscienza della sua origine, del suo centro, colui che ha raggiunto il Sole-Oro, Dio.

L’Asse dei solstizi, Cancro/Capricorno, non è così nettamente individuabile come quella degli equinozi. Ma è evidente l’enfasi assegnata al solstizio d’estate, al centro della parete lunga – quella orientale -, dove ci sono e il Maestro e il Colosseo.

I due anfiteatri utilizzati - l’Arena di Verona per l’Ariete, il Colosseo per il Cancro - hanno il compito di marcare con l’imponente bellezza della loro struttura i cardini del ciclo stagionale: il primo equinozio e il primo solstizio dell‘anno; contemporaneamente, con la loro forma circolare, ci rimandano alla circolarità e alla ciclicità del divenire; né escluderei, magari non voluta, ma tanto più gradita, un’eco autobiografica: Verona e Roma furono certo le “città del destino” del nostro artista.

In astrologia i due Segni solstiziali indicano due opposte vie o porte:
- quella del Cancro è di discesa; è la porta degli uomini, del venire al mondo, del contingente (la Luna ha il suo esclusivo Domicilio in questo Segno delle acque procreatrici);
- quella del Capricorno è di salita, giacché è la porta degli immortali, la porta degli dei, la porta attraverso cui l’anima ascende al cielo (e già si noti che l’uomo, che innalza il Capricorno al cielo, unicum tra tutti, è tutto nudo).
Questo è un esempio di quel concetto di polarità e di rovesciamento di rapporti, che sta alla base di tutto il Ciclo e che accomuna astrologia e alchimia. Ma c’è anche qualche cosa di più: c’è l’emergere di un linguaggio con chiare valenze religiose, che è proprio dell’alchimia.

L’alchimista infatti si prefiggeva di riprodurre nell’uovo filosofale, messo a cuocere nell’athanor (il fornello alchemico, spesso a forma di tempio o torre con volta a cupola), i sei giorni della creazione. La Grande Opera era per dir così una miniaturizzazione della creazione e l’alchimista-demiurgo, quando la realizzava, s’impossessava dei principi stessi della creazione e attingeva, anzi assorbiva la stessa natura di Dio.

Ecco il senso dell’elisir di lunga vita, su cui tanto s’è favoleggiato. Elisir, che il personaggio emblematico del Filosofo, rappresentato come un vegliardo vigoroso nell’ultimo Segno, dei Pesci, dimostra di avere raggiunto. Egli è riuscito a realizzare la Grande Opera.

E se ce n’è una Grande, ce ne sarà anche una Piccola.

La Piccola Opera è quella che si conclude con la Bilancia e che ci viene subito proposta, al nostro ingresso nella sala, come accessibile, visibile all’occhio, ovverosia alla portata del nostro sforzo umano. Con la Piccola Opera l’anima ritorna al suo stato di purezza e di ricettività originale e, purgata di tutti i suoi limiti contingenti, si acquieta, così come il Signore, nel settimo giorno, si riposò.



Con l’Ariete siamo all’inizio di tutto questo percorso. Quale scena Falconetto avrà allestito per sottolineare l’importanza del momento? E’ una scena di storia romana: Muzio Scevola sta bruciando la sua mano al cospetto di Porsenna, il re etrusco che assedia Roma. Egli era andato al campo nemico, le cui tende svettano sopra il capo di Porsenna e della sua guardia del corpo, per uccidere il re, ma, non conoscendolo, uccise il suo segretario. Minacciato di tortura se non avesse rivelato i suoi complici, Muzio Scevola pose la mano destra – quella dei giuramenti – sul fuoco di un braciere per dimostrare la sua indifferenza al dolore e, conseguentemente, l’incrollabile sua fedeltà alla patria.

Il tema della guerra, del coraggio e della virilità, ma anche quello della fiera lealtà usque ad mortem (fino alla morte), ben si adatta al Segno di Fuoco dell’Ariete, Domicilio di Marte.
Ma che non si debba prendere alla lettera questa scena ce lo dice l’architettura: l’anfiteatro di Verona, non quello di Roma. Se si voleva fare esclusivamente del realismo, si sarebbe messo qui il Colosseo. Evidentemente veniamo avvisati subito di andare oltre l’immagine, oltre il significato storico della scena.

L’anfiteatro di Verona, l’Arena, come già è stato notato dagli studiosi, è analogicamente collegata – e ricordo che è per analogia che si ragionava prima del settecento – ad un mito che Falconetto trae dall’opera di Igino, un erudito, bibliotecario (?) di Augusto. La sua Astronomia poetica o Astronomicon comprendeva, oltre alla descrizione astronomica del cielo, i vari miti riferiti alle costellazioni. Quest’opera, già famosissima nel Medioevo, era stata data alle stampe già nel 1475 e nel 1482 proprio a Venezia. Ebbene questo libro – come avremo modo di constatare - è senz’altro la fonte prediletta del nostro artista. Lo capiamo già per questo primo Segno, per il quale si citano – cosa che non si ripeterà più per gli altri Segni – ben due miti. Essi sono descritti, l’uno sotto l’altro, in secondo piano, a destra nel riquadro: in alto si staglia all’orizzonte il mito di Medea (che vediamo, folle, sbattere un figlioletto in faccia a Giasone), mito collegato alla conosciutissima storia dell’ Ariete dal Vello d’Oro; in basso c’è un mito molto meno noto e che proprio Igino riporta estesamente. A questo mito il Nostro non vuole assolutamente rinunciare.

Narra la storia che l’esercito di Bacco, sperduto e ormai all’estremo delle forze nel deserto libico, fu salvato dall’apparizione di un ariete – lo vediamo proprio mentre scaturisce dalla terra – che lo veicolò verso l’acqua salvatrice per poi scomparire. E il pittore ritrae un secondo ariete che si “insabbia” mentre gli uomini di Bacco stanno ristorandosi in riva all’acqua tanto desiderata.

Il mito ci ha portato - ora capiamo il pensiero di Falconetto o del suo dotto suggeritore - ad un’altra arena, al “mucchio di sabbia” del deserto libico e al culto di Giove Ammone, di Giove in forma di ariete, come il supremo dio egizio Amon (eccoci nella egittomania), introdotto da Bacco che aveva ravvisato, nell’ariete salvatore, l’incarnazione del padre suo venuto in soccorso: Giove per l’appunto.

E la testa di Giove Ammone, di Giove con le corna di ariete, di Giove egiziaco, la troviamo sulla chiave di volta dei Segni di Fuoco del Leone e del Sagittario; e la presenza di Bacco occuperà le grisailles del Leone (Trionfo di Bacco) e dei Pesci (Statua di Bacco lavata dal suo seguito di satiri e baccanti), ma anche in un riquadro del fregio sotto il soffitto con Bacco e Arianna in “amorosi conversari”: ciò che in basso è fermento collettivo, in alto è armonioso ordine binario.

Ma di tutti questi altri elementi che compongono il Ciclo parleremo più dettagliatamente in un altro momento.
Torniamo a Muzio Scevola che, ermeticamente parlando, incarna il primo dei tre personaggi-chiave del nostro Ciclo, quello che ancora ci mancava. Questo personaggio è l’Adepto, il giovane iniziato, che deve non solo provare la sua forza di volontà (qui quella di sottomettere le “ragioni del corpo”), ma deve avere già in partenza qualità non mediocri e una particolare disposizione di spirito.

Intraprendere l’Opera è come andare in battaglia – e combattimento veniva spesso chiamato l’intero Magistero alchemico ; spirito di sacrificio e consapevolezza di una missione da compiere e a cui restar fedeli fanno poi tutt’uno.

Il momento dell’iniziazione è solenne e sacro, così come l’Arte dell’alchimia, che è Sacra e Regale; per questo si sceglie un’ara (ripresa nella sottostante grisaille nella scena del sacrificio dell’ariete) e non un semplice braciere per inscenare l’azione.

Infine c’è una lettura strettamente legata al misticismo ermetico. Leggiamo infatti nei testi classici: “…senza afflizione non si accede all’alchimia”. Questa “afflizione” può intendersi come uno stato di pensoso sconforto per la nostra umana inadeguatezza - alla maniera della “Melencolia I” di Dürer (1514) -, o come un sentimento più strettamente ancorato alla religione. Prima di raggiungere le gioie dell’alchimia, si deve prender atto della propria condizione di colpa e di errore. E l’errore per antonomasia è quello del peccato originale; ed è da quella “caduta” che è nata la corruzione del mondo.

Il processo alchemico è dunque anche un processo di redenzione.
Come si vede, il Segno dell’Ariete risulta esemplare – ma non è l’ariete il 
battistrada del gregge? - per il linguaggio essoterico ed esoterico che
pervade tutto il nostro Ciclo.



Taureau : Passiamo così al Segno del Toro, Domicilio di Venere, dove una natura incontaminata esprime tutto il vigore della sua lussureggiante fecondità. 

In primo piano, al centro, c’è Pan che suona la siringa a 7 canne e che Falconetto, rispetto alla tradizionale rappresentazione iconografica, umanizza del tutto: Pan infatti non ha cosce villose, né piede caprino. Questo processo di spiritualizzazione del dio è un esempio del modo di rielaborare l’Antico del nostro Rinascimento, in uso già prima di Falconetto. Così Luca Signorelli, nel suo “Pan in Arcadia” (1490 ca.), aveva rappresentato un Pan tutto permeato dello spirito dell’ambiente neoplatonico fiorentino: seduto in trono , quasi nascondendo le sue parti silvane, il dio era assorto, come gli astanti, in qualche astratta e quasi malinconica meditazione.

Ma probabilmente il suggerimento per rappresentare Pan in fogge totalmente umane - ed anche eleganti se si osservano i rossi sandali e la rossa sopratunica svolazzante - , venne dal discorso alchimistico. Pan sintetizza infatti il modo con cui l’alchimia intende la Natura nel suo stato primario.

Davanti a questa scena l’Adepto ha modo di riflettere sull’originaria forza che il Creatore ha infuso nella Natura: tutto viene alla luce senza dolore (le capre, che partoriscono in primo ed in secondo piano, non sembrano quasi accorgersi dell’evento) e libero è l’accesso alla fonte della fecondità (la fontana, a cui s’abbevera un ariete, fa tutt’uno con la statua di Priapo). Sullo sfondo una coppia di cervi, in passeggiata e “in amistà”, chiude la serie degli animali, alla destra di Pan.

Alla sinistra del dio si dimostra come l’armonia non sia solo insita nel mondo animale, ma anche tra uomo e animale: un agnellino circonda, come fosse un bimbo, il collo di Pan, così come la capra Amaltea - magicamente “in verde”- sta nutrendo il piccolo Giove. A Creta infatti, racconta il mito, egli crebbe insieme a Pan stesso (forse l’uomo nudo a cavalcioni di Amaltea e che gli porge la mammella?); e verso Creta - così lo si vede nella fuga prospettica - Giove adulto, mutatosi in Toro, sta trasportando Europa sulla sua groppa.

Le acque del Mediterraneo dividono i due grandi blocchi delle architetture: a sinistra l’Arco di Augusto a Fano (con una protome taurina, sulla sua chiave di volta, che viene ripresa sulla chiave di volta dell’affresco); a destra un tempio circolare, che richiama i ritmi ariosi e rigorosi insieme delle architetture romane del Bramante (1444-1514).

Ma per il gioco della prospettiva campeggia sulle architetture un albero fronzuto, a forma di cono, da cui si biforca un enorme favo dorato. Latte e miele sono stati i primi nutrimenti di Giove. Ma il miele ha tali specifiche qualità di purezza e di conservazione che diventa, nel contesto del riquadro, simbolo della “forza seduttiva del piacere che induce alla generazione”. E i concetti di “purezza” e di “forza generatrice” sono appropriati anche alle ninfe delle acque, giacché l’acqua ha pure “la virtù di cooperare al processo generativo”. Così Porfirio (filosofo neoplatonico del III sec. d.C.) in un testo già notissimo nel Medioevo (De antro ninpharum) e “riscoperto” dall’instancabile Ficino (1518: prima edizione a stampa).

E dunque quelle che vediamo danzare fuori dal tempio circolare a pelo d’acqua sono con tutta probabilità proprio le ninfe delle acque. Danzano come ce le descrive l’Inno omerico a Pan, danzano e cantano in armonia con la musica che sta suonando Pan, il figlio di Ermete. Questa libera danza – una di esse mostra la sua nudità – è dunque mossa dalla stessa emozione istintuale che fa suonare Pan. Ma dunque cosa sta modulando il dio sulla sua siringa a 7 canne?

Seguendo il significato simbolico di questo numero, che si ripeterà più volte nel nostro Ciclo - 7 sono le spire dell’Idra nel Segno del Cancro; 7 i gradini su cui s’eleva l’Iside-Diana nel Segno del Leone; 7 le Muse nel Segno del Sagittario -, veniamo a sapere che, come risultato del 3 + 4, comprende sia il mondo invisibile, rappresentato dal numero 3:

- nel linguaggio religioso indicante la triade Padre, Figlio e Spirito Santo;
- in quello alchemico, Zolfo, Mercurio e Sale ( principi occulti che permettono la creazione e ben lontani dal loro significato volgare); 
- nel linguaggio astrologico-ermetico, Spirito, Anima e Corpo;
sia il mondo visibile, rappresentato dal numero 4:
- i 4 elementi Fuoco, Terra, Aria, Acqua, di cui è composto il creato.

Il numero 7 indica dunque tutto, proprio come Pan (Παν = Tutto), strumento egli stesso di un’armonia che lo comprende.

Nel Segno d’Aria dei Gemelli, Domicilio di Mercurio, tutto è movimento, scambio, incrociarsi cordiale di gesti e di azioni. Non c’è in tutto il Ciclo scomparto più affollato di questo. 
I Gemelli sono il primo Segno doppio o mobile (ovverosia di passaggio tra due stagioni) dello zodiaco e il tema del doppio è già implicito nel loro essere in due. Certo i Gemelli dello zodiaco sono quelli del mito e cioè i figli di Leda, che nella stessa notte giacque con Giove e con Tindaro, suo sposo e re di Sparta. La bellissima Leda, riconoscibilissima in secondo piano, viene ritratta da Falconetto, in tutta la sua splendida nudità, in una posizione che ricorda la donna della Tempesta di Giorgione (1477 ?-1510). Accanto a lei il candido cigno/Giove. Un bianco su bianco che è ripreso, in primo piano, da una zolla con fiori e da un leggiadro cagnolino tutto pelo.

Questo cagnolino è fra una coppia singolare: un vecchio e un giovane, che hanno in mano, per scambiarseli (?), prodotti del mese che dalla morbida, fragrante primavera ci immette nella calda estate: rose e carciofi. Ma forse i due sono una variante della figura sapienziale del Paedogeron, del fanciullo vecchio – Dürer ne disegnò uno nel 1527 - , dell’unione cioè degli opposti: vecchiaia e giovinezza, passato e futuro.

Ma la “fuga delle coppie” non finisce qui. Dopo quelle di Leda/cigno, di giovane/vecchio, di fiore (rosa)/frutto (carciofo) ecco nello sfondo a sinistra muoversi due navi: una mostra la poppa/l’altra la prua. E queste navi, che vanno e vengono, trasportano genti diverse: l’una dei civili/ l’altra dei militari. E che stanno facendo tutti questi viaggiatori, alzando le braccia al cielo?
Tutti – e qui si riprende a raccontare il mito – invocano il soccorso dei figli di Leda: i Dioscuri, Castore e Polluce, salvatori di chi è in pericolo in mare. Essi lo solcano – è Igino che lo mette in evidenza - con i cavalli forniti da Nettuno: ecco perché la statua del dio è così venerata nell’abside sezionata (come fosse un uovo aperto) di San Vitale di Ravenna, dove, probabilmente, vi fu anticamente un tempio di Nettuno.

Ma la scelta di Ravenna ha più vasti echi storici nel contesto del Ciclo, giacché la città vide la caduta dell’impero d’Occidente e fu oggetto di contesa tra Ostrogoti e Bizantini.

In cielo i due Gemelli hanno vesti dei colori della perfezione e dell’incorruttibilità: rosso e oro. Solo le ali li potrebbero distinguere: l’uno ce le ha d’oro (è Polluce, l’immortale, perché nato da Giove?), l’altro verdi e rosse, colori che, insieme, indicano la ciclicità del divenire (è dunque Castore, nato da Tindaro, e quindi mortale?). Senza andar troppo nel dettaglio, certo è che anche qui c’è un mutuo scambio di colori e di combinazioni.

Approfittando della civile disponibilità del Segno, colgo qui l’occasione per parlare, come avevo promesso, dei colori. Il binomio verde/rosso è pressoché costante nelle fogge dei vari personaggi che popolano tutto il nostro Ciclo, in analogia col senso stesso delle operazioni che si succedono e che portano dall’imperfetto (verde) al perfetto (rosso), dall’inizio alla fine, dalla rigenerazione alla completa maturazione, nel ripetersi circolare ed eterno del divenire (l’ouroboros alchemico, il serpente che si morde la coda, è a due colori: rosso e verde per l’appunto). Ci sono comunque anche colori intermedi (grigio, violetto), qualche bianco e qualche giallo oro. Tutto fasciato d’oro – e lui solo – è l’uomo che innalza al cielo il Segno dei Pesci, perché lì avviene, come abbiamo già capito, il compimento dell’Opera: la conquista dell’Oro.

La grisaille con la lotta dei Centauri, tema che sarà ripetuto nel Segno opposto del Sagittario, potrebbe indicare che in questo momento dell’anno – così come nel punto opposto, ma in senso inverso, come vedremo - i processi di differenziazione e di separazione siano quelli dominanti.

Né è escluso, dato il tema dell’uovo, legato al mito di Leda, che il periodo dei Gemelli fosse quello dell’allestimento dell’uovo filosofale (o uovo cosmico), chiamato così perché da esso nasceva la Pietra Filosofale. Questa operazione comportava grossi rischi, a cui forse allude lo spaccato della chiesa. Se invece vogliamo far leva sulla presenza assai insistita del colore bianco, potremmo rilevare che qui si accenna alla Albedo, l’Opera in bianco – fra la nera (Nigredo) e la rossa (Rubedo) – che produce l’elisir bianco in grado di trasformare i metalli vili in argento. E i Gemelli, per l’astrologia, sono il Domicilio di Mercurio in tutta la sua “volatilità”, trovandosi il pianeta in un Segno d’Aria.

Riflettiamo infine che sia per l’astrologia che per l’alchimia, diversità e contrapposizioni sono sempre più apparenti che reali. Anzi l’unione dei contrari (la coniunctio oppositorum di Cusano), la loro complementarietà, è alla base e del cosmo zodiacale e del pensiero ermetico. Recita infatti la Tavola Smeraldina: “Così come tutte le cose procedono dall’Uno…ugualmente tutte le cose nascono per adattamento da quest’unica cosa”.



Gémeaux (signe opposé, le Sagittaire) : Nel Segno d’Aria dei Gemelli, Domicilio di Mercurio, tutto è movimento, scambio, incrociarsi cordiale di gesti e di azioni. Non c’è in tutto il Ciclo scomparto più affollato di questo. 
I Gemelli sono il primo Segno doppio o mobile (ovverosia di passaggio tra due stagioni) dello zodiaco e il tema del doppio è già implicito nel loro essere in due. Certo i Gemelli dello zodiaco sono quelli del mito e cioè i figli di Leda, che nella stessa notte giacque con Giove e con Tindaro, suo sposo e re di Sparta. La bellissima Leda, riconoscibilissima in secondo piano, viene ritratta da Falconetto, in tutta la sua splendida nudità, in una posizione che ricorda la donna della Tempesta di Giorgione (1477 ?-1510). Accanto a lei il candido cigno/Giove. Un bianco su bianco che è ripreso, in primo piano, da una zolla con fiori e da un leggiadro cagnolino tutto pelo.

Questo cagnolino è fra una coppia singolare: un vecchio e un giovane, che hanno in mano, per scambiarseli (?), prodotti del mese che dalla morbida, fragrante primavera ci immette nella calda estate: rose e carciofi. Ma forse i due sono una variante della figura sapienziale del Paedogeron, del fanciullo vecchio – Dürer ne disegnò uno nel 1527 - , dell’unione cioè degli opposti: vecchiaia e giovinezza, passato e futuro.

Ma la “fuga delle coppie” non finisce qui. Dopo quelle di Leda/cigno, di giovane/vecchio, di fiore (rosa)/frutto (carciofo) ecco nello sfondo a sinistra muoversi due navi: una mostra la poppa/l’altra la prua. E queste navi, che vanno e vengono, trasportano genti diverse: l’una dei civili/ l’altra dei militari. E che stanno facendo tutti questi viaggiatori, alzando le braccia al cielo?
Tutti – e qui si riprende a raccontare il mito – invocano il soccorso dei figli di Leda: i Dioscuri, Castore e Polluce, salvatori di chi è in pericolo in mare. Essi lo solcano – è Igino che lo mette in evidenza - con i cavalli forniti da Nettuno: ecco perché la statua del dio è così venerata nell’abside sezionata (come fosse un uovo aperto) di San Vitale di Ravenna, dove, probabilmente, vi fu anticamente un tempio di Nettuno.

Ma la scelta di Ravenna ha più vasti echi storici nel contesto del Ciclo, giacché la città vide la caduta dell’impero d’Occidente e fu oggetto di contesa tra Ostrogoti e Bizantini.

In cielo i due Gemelli hanno vesti dei colori della perfezione e dell’incorruttibilità: rosso e oro. Solo le ali li potrebbero distinguere: l’uno ce le ha d’oro (è Polluce, l’immortale, perché nato da Giove?), l’altro verdi e rosse, colori che, insieme, indicano la ciclicità del divenire (è dunque Castore, nato da Tindaro, e quindi mortale?). Senza andar troppo nel dettaglio, certo è che anche qui c’è un mutuo scambio di colori e di combinazioni.

Approfittando della civile disponibilità del Segno, colgo qui l’occasione per parlare, come avevo promesso, dei colori. Il binomio verde/rosso è pressoché costante nelle fogge dei vari personaggi che popolano tutto il nostro Ciclo, in analogia col senso stesso delle operazioni che si succedono e che portano dall’imperfetto (verde) al perfetto (rosso), dall’inizio alla fine, dalla rigenerazione alla completa maturazione, nel ripetersi circolare ed eterno del divenire (l’ouroboros alchemico, il serpente che si morde la coda, è a due colori: rosso e verde per l’appunto). Ci sono comunque anche colori intermedi (grigio, violetto), qualche bianco e qualche giallo oro. Tutto fasciato d’oro – e lui solo – è l’uomo che innalza al cielo il Segno dei Pesci, perché lì avviene, come abbiamo già capito, il compimento dell’Opera: la conquista dell’Oro.

La grisaille con la lotta dei Centauri, tema che sarà ripetuto nel Segno opposto del Sagittario, potrebbe indicare che in questo momento dell’anno – così come nel punto opposto, ma in senso inverso, come vedremo - i processi di differenziazione e di separazione siano quelli dominanti.

Né è escluso, dato il tema dell’uovo, legato al mito di Leda, che il periodo dei Gemelli fosse quello dell’allestimento dell’uovo filosofale (o uovo cosmico), chiamato così perché da esso nasceva la Pietra Filosofale. Questa operazione comportava grossi rischi, a cui forse allude lo spaccato della chiesa. Se invece vogliamo far leva sulla presenza assai insistita del colore bianco, potremmo rilevare che qui si accenna alla Albedo, l’Opera in bianco – fra la nera (Nigredo) e la rossa (Rubedo) – che produce l’elisir bianco in grado di trasformare i metalli vili in argento. E i Gemelli, per l’astrologia, sono il Domicilio di Mercurio in tutta la sua “volatilità”, trovandosi il pianeta in un Segno d’Aria.

Riflettiamo infine che sia per l’astrologia che per l’alchimia, diversità e contrapposizioni sono sempre più apparenti che reali. Anzi l’unione dei contrari (la coniunctio oppositorum di Cusano), la loro complementarietà, è alla base e del cosmo zodiacale e del pensiero ermetico. Recita infatti la Tavola Smeraldina: “Così come tutte le cose procedono dall’Uno…ugualmente tutte le cose nascono per adattamento da quest’unica cosa”.

Se nei Gemelli si insiste sulla diversità , nel Segno opposto del Sagittario assisteremo alla riunificazione dei diversi.


Cancer : Eccoci ora al centro della parete orientale della Sala, davanti al Segno del Cancro, in cui avviene il solstizio d’estate e al cospetto del Maestro, di cui abbiamo già parlato. Da lui, che sporge dall’angolo di sinistra del parapetto, parte una diagonale che comprende il mito legato al Segno (Ercole che combatte con l’Idra di Lerna), passa sulla testa di Giunone (colei che ha costretto l’eroe alle 12 Fatiche) e finisce sulle rovine della Porta Aurea (e cioè d’oro) di Ravenna (definitivamente distrutta nella seconda metà del ‘500).

Fra questa diagonale e il Colosseo che chiude l’orizzonte, alla destra di Ercole, c’è la prima, esplicita scena di lavoro dei campi. Oltre al Cancro l’avranno solo il Leone, la Vergine, il Sagittario e il Capricorno, dal che si deduce che nelle intenzioni dell’ideatore del Ciclo non era certo il tema zodiacal-stagionale quello centrale.


Cancer : Hercule et l'Hydre de Lerne : L’Hydre de Lerne apparut accompagnée d'un crabe (ou une écrevisse géante) envoyé par Héra dans le but de distraire Héraclès lors du combat. Agacé par les pincements du crabe, Héraclès l'écrasa du talon. Héra en fera une constellation : celle du Cancer à côté de celle du Lion.

Ma veniamo alla scena: un vecchio con lunga barba bianca, berretto e stivaletti verdi, tunica rossa, sta falciando l’erba, che un giovane con un rastrello (una forca di legno) avrà il compito di raccogliere. Al momento questo bel ragazzone biondo se ne sta fermo, guardando in lontananza.

Questa coppia di eleganti “contadini” richiama irresistibilmente il rapporto Maestro–Discepolo e la funzione del Maestro quale trasmettitore dei segreti dell’Arte Sacra all’iniziato, all’Adepto.

Torniamo ora al primo piano e a quest’ Ercole – sembra quasi il Maestro quand’era giovane – alle prese con le tentacolari, ma sono solo 7, teste di un’Idra che ha le fattezze, almeno fino al tronco, di una splendida fanciulla. L’Idra antropomorfa non è, come per Pan, un’invenzione originale di Falconetto. Egli la prese dai molti sarcofagi antichi (soprattutto dei primi secoli d.C.), che si trovavano ed in parte ancora si trovano a Roma, sarcofagi che illustrano tutte le Fatiche dell’eroe, preso ormai a simbolo del percorso di purificazione che l’uomo deve fare per accedere all’immortalità. Nelle vesti di intercessore/salvatore Ercole accompagnava così l’ultimo viaggio dei defunti.
E per l’alchimia, che si prefiggeva tutto questo percorso di perfezionamento, di spiritualizzazione, cosa significavano le imprese dell’eroe?

Su Ercole, sull’esempio di Ercole bisogna sostare, così come il Sole sta fermo nel sol-stizio, per poi mutare la sua direzione.

Senza Ercole non si procede nell’Opera. Non solo perché senza l’umiltà, senza la forza concentrata e solitaria dell’eroe non saremmo in grado di sopportare tutte le fatiche che la Grande Opera comporta, ma perché “Ercole è l’artista”. Egli, infatti, ha superato ogni difficoltà e ogni pericolo, perché ne ha compreso i “meccanismi” profondi. Ercole è dunque il modello ideale e come lui farà l’alchimista-artista, una volta conosciuta la vera natura dei metalli e i “meccanismi” della loro trasmutazione. Con Ercole cambia il modo di pensare l’Opera: con lui si va oltre la Natura, giacché l’arte porta a compimento ciò che la Natura ha lasciato imperfetto.

Una spira dell’Idra copre i genitali dell’eroe, quasi a segnalarci – ma non c’è misoginia in questo – il depotenziamento che viene dalla donna-serpente, simbolo di quella femminilità primordiale che travolge e devia.
Problema del Maestro, o dell’Adepto forse, non certo di Falconetto, che ebbe nove figli nei quindici anni del suo matrimonio.


Lion : Noces du Diane-Lune et le Soleil-Lion (processus de purification à deux)

La déesse Artémis d'Ephese est une déesse de la fertilité, elle nourit l'ensemble de l'humanité grâce à ses seins très nombeux et engorgés du lait divin..

Lion : Dopo il Segno Domicilio della Luna, si passa a quello Domicilio del Sole, il Segno più autorevole e gerarchico: il Segno di Fuoco del Leone, re degli animali.

Su un basamento a forma di piramide a gradini, e i gradini sono 7 (come i 7 metalli generati nella terra?; come le 7 operazioni che concludono la Piccola Opera?; come i 4 elementi e i 3 prima, attraverso i quali si realizzano le infinite forme del mondo sublunare?), sta quella Diana Efesina, la Grande Madre dell’Asia Minore, che è in piena assonanza con l’Iside del Pinturicchio.

Ella è infatti rappresentata come fonte di civiltà, come colei che ha insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. E alla sua destra infatti – e più in evidenza di qualunque altra scena stagionale del Ciclo – riluce un campo di messi dorate, falciate e raccolte da due uomini di mezza età. Campo maturo, uomini maturi: che, a questo punto dell’Opera, stia maturando una progressione importante?

A sinistra della dea, pendant perfetto della scena abbagliante della mietitura, un rigogliosissimo bosco ombroso ospita bestie di tutto il mondo, anche di quello magico: c’è infatti tra loro un liocorno. Qui dunque tutto il principio creativo terrestre è alla massima potenza, così come si compete al Segno della piena estate (il Leone è Segno fisso, di piena stagione). La differenza con il Toro, primo Segno di Terra e primo Segno fisso dello zodiaco è chiara: nel Toro la Natura veniva ritratta nella sua forza creatrice pre-razionale, qui tutto è sottoposto ad un ordine e ad uno scopo, a cui pure la Natura ottempera – si veda l’espressione reverente della dea – nella sua subordinazione alla calda potenza fecondante del Sole.

Il mito connesso al Segno - Ercole in lotta col Leone Nemeo - è solo accennato, incorniciato però dal possente Arco di Giano a Roma. Quest’Arco è un arco a quattro porte, che richiama fortemente la posizione centrale, da quadrivio, della nostra Iside-Diana.

La dea è al centro di tutto il riquadro, trapassata, orizzontalmente, dalle due scene “terrestri”, che abbiamo già descritto e, verticalmente, da un asse che, partendo dalla base della scalinata piramidale, porta diritto al cielo. Ma il contatto con il cielo non è diretto.

Sulla testa di questa Diana Efesina non c’è la corona turrita, simbolo classico della sua identità, bensì un tempietto circolare, a cupola, davanti a cui un putto, tutto nudo, quasi con una posa di danza, alza esultante il suo braccino verso il cielo.

In alto egli ripete il gesto del satiretto che, in basso, sventola il serpentello delle forze ctonie. Cielo e terra, l’alto e il basso, si richiamano.
Ma se abbiamo riconosciuto il satiretto, chi sarà mai quel putto trionfante?
Forse la strada interpretativa riguarda le nozze che avvengono in questo momento dell’Opera: nozze tra il principio femminile, incarnato dalla Diana-Luna, e il principio maschile, incarnato dal Sole-Leone. 
Queste nozze avvengono sotto l’influsso del Mercurio Spirituale. Quel putto è dunque Mercurio – spesso chiamato il bambino dell’Opera -, trionfante per essere tramite tra la terra e il cielo.

Altra interpretazione è che Mercurio sia il frutto di questa congiunzione e che qui, nel momento della piena estate, al colmo della forza del sole, sia possibile “estrarlo” dalla sua matrice.

In analogia col macrocosmo l’Adepto s’adopererà alle nozze del suo cosmo: le nozze tra lo spirito (il Sole) e l’anima (la Luna).

Questa congiunzione – come dice l’alchimia a proposito delle nozze tra re (Sole) e regina (Luna) – è essa stessa una “liberazione dalle impurità”.


Vierge : Midas porte a sa bouche une cuillère avec la potion qui doit le guérir

Vierge (signe de Terre) : E se nel Segno del Leone la purificazione si ottiene in un processo a due, nel Segno successivo, quello della Vergine, il processo sarà ridotto ad uno.

Per questo Segno, allestito con una scena veramente molto enigmatica, è necessario fare un preambolo.
Incominciamo con due riflessioni di carattere astrologico: La Vergine è il secondo Segno di Terra nella successione stagionale. Ma la sua non è la terra ubertosa del Toro, dove Venere Pandemia celebra i suoi trionfi, bensì la terra di fine estate, spogliata dei suoi frutti, le bionde messi, che verranno accuratamente raccolte, vagliate, immagazzinate per permetterci di superare l’inverno, di sopravvivere fino al prossimo raccolto. Dal che si deduce che è tipica della Vergine l’azione del trattenere, dell’avere, nonché la tendenza a preoccuparsi del corpo in tutta la sua materialità.

Con la Vergine siamo arrivati al sesto Segno dello zodiaco che in astrologia è cosignificante della sesta Casa, legata in modo specifico al tema della malattia come usura del corpo, nonché alle preoccupazioni per la propria salute.

E il tema della malattia e della morte – siamo all’ultima riflessione del preambolo – è ben esplicito nel riquadro del fregio soprastante il Segno, con la scena conclusiva della storia di Meleagro sul suo letto di morte tra il “decrepito” padre e la “pia” sorella, come dice Ovidio (Metamorfosi,VIII,520). A questo mito Falconetto – seguendo accuratamente il racconto del poeta – dedica ben sei scene delle sedici che compongono il fregio.

Come si inserisce questo Segno, così terrestre, nel discorso di perfezionamento morale dell’alchimia? 
Potremmo dire intanto che questo Segno, così sensibile al tema dell’umana precarietà, richiama fortemente tutti e due i registri dell’umana corruzione: quella della carne (il corpo con le sue malattie e i suoi limiti) e quella dello spirito, quando è preso dall’ ansia di possedere, di avere: il “mal tener” di Dante (Inferno,VII,58), la “auri sacra fames” (la “esecranda fame dell’oro”) di Virgilio (Eneide,3,57).

Ciò detto possiamo finalmente introdurre il personaggio in primo piano. Si tratta di re Mida, il cui mito è ampiamente trattato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Invitato da Bacco, che si doveva sdebitare con lui, a chiedergli ciò che più desiderava, il re rispose che gli fosse concesso di trasformare tutto ciò che toccava in oro.
Intanto diciamo subito che nel contesto della Grande Opera la metafora è chiara: l’alchimista-filosofo, il “vero” alchimista, non fa un discorso di tipo materiale, non rincorre l’oro della ricchezza tangibile – questo tipo di ricercatore era chiamato col termine spregiativo di soffiatore o sofista -, bensì l’oro spirituale.

Il mito di re Mida, condannato a morire d’inedia, perché, ovviamente, anche il cibo che toccava si trasformava in oro, è paradigmatico in quanto riassume in sé tutte e due le cause dell’umana corruzione: Mida s’è “ammalato” a causa dell’oro; la fame dell’oro lo farà…morire di fame. La morte spirituale s’è trasformata in morte fisica.

E il tema della corruzione dell’ umanità, Falconetto lo poteva leggere nel suo Igino, che, a proposito del Segno della Vergine, citava Arato (mitografo greco del III sec. a. C.), per il quale la Vergine Celeste non è altri che Astrea. Ai tempi dell’ Età dell’oro ella governò gli uomini con tale equità da essere chiamata Giustizia. Ma quella generazione felice e non cupida s’estinse e, arrivata l’età del bronzo, Astrea abbandonò la terra, non tollerando più la razza umana. 
Gli evidenti richiami di questo mito col discorso alchimistico ci fanno dire che è proprio Astrea-Giustizia, la Vergine-Fanciulla, che è ascesa al cielo delle costellazioni al colmo dell’arco.

Ma torniamo al nostro “povero ricco”, a re Mida che, capito il suo errore, ha chiesto a Bacco di liberarlo da un regalo così dannoso.
Il dio acconsente: la salvezza, il riscatto dalla colpa sono dunque possibili. Ed è proprio a questo punto della storia che ci troviamo nella messa in scena del nostro Falconetto.

Mida infatti è rappresentato appena uscito dal bagno purificatore che Bacco gli ha ordinato di fare alla fonte (qui la fontana) del fiume Pattolo. Il re si è appena asciugato con l’ampia, rossa stola: nudo è il corpo fino all’inguine, splendidamente bianco. Verde è invece la ricca veste di cui s’è spogliato e che ha deposto su un tronco secco (metafora del passato ormai morto?). Questa veste ha applicato sul corpetto una testa di Gorgone, emblema della nera putrefazione, indispensabile nel processo alchemico secondo la massima : “Non c’è generazione senza corruzione”.

Egli beve l’acqua che gli ridà la vita da un cucchiaio che ha tutta l’aria di essere un cucchiaio da pozione (e quest’acqua è proprio la “medicina” per il suo male) o anche un cucchiaio da suzione per allettati (cosa che ben si adatta alla sua condizione di “convalescente”).

C’è però anche un’altra interpretazione, strettamente connessa all’alchimia e pure fondata sul mito. Si racconta che il fiume Pattolo, dopo la purificazione di Mida, trasportasse pagliuzze d’oro nel suo alveo. Che allora re Mida stia nutrendosi del cosiddetto oro liquido, panacea di ogni male e versione tutta “terrestre” di quell’oro filosofico, di quell’elisir, di cui si nutre il Filosofo nel Segno opposto dei Pesci?

Da una domanda inevasa, passiamo ad un’altra, a cui risponderemo. 
Chi sta attingendo l’acqua per il re? Un personaggio che condivide con lui il primo piano: un florido putto, appena velato, che riempie una brocca d’argento da una fontana che certo promette vigore se la sua bocca è quella di un possente leone. Questo Putto, questo bambino, è, naturalmente, il Mercurio dell’alchimia, veicolo fondamentale dei processi di trasformazione.

E che il processo a cui è sottoposto re Mida sia un processo esemplare per tutta l’Opera, ce lo dice la maestosa costruzione del mausoleo (mausoleo – morte?) di Teodorico a Ravenna, che domina tutta la scena e che si trasforma sotto i nostri occhi in un athanor, in un colossale forno alchemico in piena azione. Dalle sue arcate inferiori infatti escono lunghe lingue di fuoco.

Di fuochi ce ne sono tre in tutto il Ciclo e tutti e tre diversi. Abbiamo conosciuto il fuoco “sacrificale” dell’Ariete, conosceremo quello dei Pesci. Ora osserviamo questo fuoco, che si presenta regolare e costante, così come si richiedeva che fosse quello che alimentava l’ athanor. Con questo fuoco il fisso (l’uccello terricolo indicato da re Mida?) si trasformava in volatile: la Vergine alata, innalzata in cielo. Un cielo tutto coperto da una vasta nuvola sulfurea, un unicum in tutto il Ciclo.

Che senso ha tutto questo? A quale meditazione vuole condurci questo portentoso riquadro? A diventare l’athanor di noi stessi, alimentando costantemente la nostra vita col desiderio di perfezionarci, di attingere alle nostre virtù. Prima di cercare l’Opera fuori di noi, la dobbiamo riconoscere dentro di noi.

Anche il riferimento al lavoro stagionale, la trebbiatura, è improntato ad un grande sforzo organizzato di “trasformazione “ e di purificazione. I sei cavalli guidati dal contadino nell’abbacinato sfondo di sinistra - quasi riflesso di quanto avviene nel cielo -, triturano le messi tracciando sul terreno regolari linee concentriche. Un po’ più in là un altro contadino alza il suo maglio per la spulatura.

Balance (équinoxe d'automne) : Con la Vergine si raccolgono i frutti di tutti i Segni precedenti con le loro varie operazioni e ci si mette in condizione di accedere alla pace ristoratrice del settimo Segno: la Bilancia, dove, come abbiamo già detto, l’alchimista potrà godere di un primo livello di perfezione, quella di Venere, che in Bilancia ha il suo Domicilio. Lo spirito, come già si diceva, sovrasta ormai la materia e ha compiuto la sua prima palingenesi.


La Balance : Le Repos au septième jour de la création le soleil est au point d'équilibre.

Nel settimo Segno, così come Dio nel settimo giorno della Creazione, l’alchimista si riposa, pago di essere arrivato alla fine della prima parte dell’Opera, alla fine della “ PICCOLA OPERA”.

Il nostro percorso sta tramontando sulla parete occidentale della sala. Questa parete comprende i restanti cinque Segni dello zodiaco, due dei quali, Scorpione e Pesci, sono “mutilati”, perché non hanno più le porte originali, su cui il dipinto continuava.
Già abbiamo capito che qui, nella seconda parte della Grande Opera, il discorso sarà tutto improntato al tema della perfezione spirituale che avrà per culmine la conquista della Pietra Filosofale, la Pietra dei Filosofi. Qui si andrà “oltre la natura”, qui dunque l’alchimista diventa “artista” e i suoi esercizi spirituali, ora che si è liberato, purgato, dalle sue limitazioni personali, saranno volti all’affinamento sempre più consapevole della sua spiritualità.


Scorpion : Mort et résurection d'Orion
Fort de ses talents exceptionnels de chasseur, Orion ne cessait de se vanter de ses prouesses. Cette arrogance déplut fortement à Héra qui, pour donner une leçon d'humilité à Orion, commanda à un scorpion de s'embusquer en attendant le passage du chasseur. Dissimulé par les feuillages, le scorpion patienta et le moment venu il piqua Orion qui mourut foudroyé par le venin de ce petit animal, lui qui avait terrassé les bêtes les plus féroces. Il fut transformé en constellation, mais Héra n'oublia pas de porter également au ciel le scorpion qui l'avait si loyalement servie pour que le combat continue. Mais Zeus intervint et fit en sorte qu'Orion et le Scorpion ne puissent jamais s'atteindre ; c'est pour cela que lorsqu'Orion se lève à l'horizon Est, le Scorpion se couche à l'horizon Ouest.

Scorpion : Per lo Scorpione, Domicilio del pulsionale e distruttivo Marte, sono rimasti proprio pochi elementi di commento. Vediamo in primo piano, a destra, un nobile, maturo falconiere, rigorosamente vestito in rosso e in verde (falcone - Falconetto: che sia un autoritratto del nostro artista?). Certo è che questo falconiere è la riedizione ammodernata di Orione, il cacciatore straordinario che s’era vantato di poter uccidere tutti gli animali della terra. Per questo suo peccato d’orgoglio e di irriverenza alle leggi di natura fu punito con la morte. La Madre Terra infatti lo fece morire per la puntura velenosa di uno scorpione.

E difatti, a sinistra, davanti alla chiesa di San Vitale di Ravenna, tutta immersa nelle tenebre e, questa volta, presentata dall’esterno – quasi per facilitarci la visione della sua pianta ottagonale (capirete tra pochissimo il senso di questa allusione) –, Diana sta trascinando il corpo morto di Orione lontano dalla bestia che l’ha ucciso e che pare ancora inseguirlo. Igino riferisce che, così come Giunone aveva fatto con lo scorpione, anche Diana chiederà a Giove di innalzare Orione nel cielo stellato, giacché era stato il suo più eccezionale seguace.

In astrologia lo Scorpione, l’ottavo Segno, è in analogia con la Casa ottava, Casa della morte e cioè delle trasformazioni più radicali, dei cambiamenti più profondi.

E i temi della purificazione e del “passaggio di stato” sono legati al numero 8, multiplo di 4 (numero legato al quadrato, alla terra). Non a caso le vasche per il rito del battesimo ad immersione sono di forma ottagonale, così come ottagonale è la pianta dei battisteri, come per esempio quello mirabile di Parma. E ancora, leggendo il commento di sant’ Ambrogio (334-397) al Vangelo di Luca, troviamo questa interessante annotazione: l’ottavo giorno, quello della circoncisione, prefigurava per il Padre della Chiesa, la totale purificazione dal peccato che sarebbe avvenuta nell’era della resurrezione.

Questa è dunque la condizione con cui si dà inizio alla seconda metà dell’Opera. Morte e resurrezione fanno tutt’uno nello Scorpione. Qui si risorge a nuova vita, ad una nuova percezione della propria coscienza corporea, giacché il corpo purificato può attingere solo ora, novello Orione, alla pienezza delle sue energie.

Vergine e Scorpione sono dunque i protagonisti di uno stesso processo di sublimazione e questa loro interazione ci viene segnalata dalla presenza dell’aquila nella chiave di volta dei loro archi. In alchimia l’aquila – riprenderemo il discorso più avanti a proposito di Ganimede – è proprio il simbolo della sublimazione. A livello materiale essa indica il processo di liberazione delle parti sottili dalla materia impura (processo che avviene dentro il vaso, sottoposto a riscaldamento) e a livello spirituale, il processo di affinamento della propria anima spirituale.

Notiamo anche che le due aquile, presenti solo in questi due Segni, guardano verso la Bilancia, Segno dell’equinozio d’autunno, dunque punto centrale e di svolta del percorso annuale del sole. Come in cielo, così in terra: insieme alla stagione l’alchimista ha fatto il suo giro di boa ed è passato dalla prima alla seconda fase dell’Opera.

Se nella Vergine il processo di sublimazione aveva raggiunto il massimo della sua attivazione – vedi l’enorme nuvola sulfurea, attestante l’intima unione tra zolfo e mercurio, l’oro e l’argento, lo spirito e l’anima – nello Scorpione se ne vivono gli ultimi barbagli: il simbolo del Segno, innalzato in cielo al colmo dell’arco, è contornato infatti dallo stesso tipo di nuvola. Inutile dire che tale cielo sulfureo è appannaggio solo di questi due Segni.

Nello Scorpione assistiamo dunque, per dirla col linguaggio dell’alchimia, all’uscita della luce (l’anima) dalla tomba (il corpo), proprio come fa Diana con Orione, traendolo via, liberandolo dalla bestia mortifera, dal suo ormai morto involucro terrestre.

Così si capirebbe cosa ci vuol dire il nostro Falconetto-falconiere con quel dito, imperiosamente puntato verso questa scena: “E’ così che si deve fare! E’ a questa condizione che bisogna saper accedere per proseguire avanti!”.

Dai colori quasi drammatici dello Scorpione passiamo a quelli tutti festosi del Sagittario.
Per allestire la scena di questo Segno Falconetto si serve esclusivamente del mito riferito da Igino nel suo Astronomicon: il mito di Croto, fratello di latte delle Muse e grande estimatore delle loro arti (“Crotos”in greco significa “applauso”).

Ma Croto era anche un eccellente cacciatore, tanto che Giove, richiesto dalle sorelle d’eternarlo in cielo, volle ricordare tutte e due queste sue nature e così, mezzo uomo e mezzo cavallo, lo innalzò fra le costellazioni.

Eccolo, in primo piano, all’estrema sinistra dello scomparto, che ci mostra il fiocco elegante della sua coda tagliata e il dorso solido e muscoloso. Fermo, in diagonale, ha appena lasciato di ammirare le sorelle per girare la faccia verso di noi. Con la mano destra imbraccia l’arco delle sue prodezze e con il braccio sinistro regge la testa di un leone, preda regale, la cui pelle sventola, come un manto, nel simbolo innalzato al cielo.


Sagittaire : Chiron l'éducateur. Dans la mythologie grecque, Chiron est un centaure, fils de Cronos et de l'Océanide Philyra, qui vivait dans une grotte sur le mont Pélion, en Thessalie. Réputé pour sa grande sagesse et ses nombreuses connaissances contrairement aux autres représentants de son espèce, il se vit offrir l'immortalité par les dieux et se fit confier par les hommes l'éducation de nombreux héros qui devinrent ses disciples, notamment Achille et Asclepios. Héraclès tua Chiron par erreur, lors d'une bataille contre de nombreux centaures, il reçut une flèche empoisonnée par le sang de l'hydre de Lerne dans le genou. La blessure étant inguérissable et Chiron immortel, il demanda aux dieux le retrait de son immortalité pour cesser de souffrir. Zeus le transforma en constellation.

Sagittaire : Il Sagittario è Segno doppio, come i Gemelli, a cui è opposto nella cintura zodiacale. Se nei Gemelli la duplicità era scambio e movimento, era, per dir così, estrovertita, nel Sagittario è ridotta all’uno, è “introiettata” nella figura di Croto-Centauro, in cui stanno unite, stanno insieme due nature dissimili: quella dell’uomo e quella dell’animale.

Non mancano comunque sulla scena coppie di eguali e di diseguali, ma con un tono e con intenti ben diversi da quelli presenti nei Gemelli.
C’è una coppia di cervi – la terza ed ultima, presente nel Ciclo, dopo quella “genitoriale” del Toro e quella “adorante” del Leone - d’età diversa e in diversa postura. Pur trovandosi in secondo piano questa coppia di animali occupa una gran parte della scena, interponendosi tra Croto e le Muse. Un cervo, quello adulto – lo si riconosce per i suoi ampi palchi -, se ne sta elegantemente sdraiato e guarda il cervo giovane che, in piedi, sta brucando l’erba.

Immediato è pensare al rapporto Maestro-Discepolo, tanto più sapendo che il centauro più celebre e più sapiente fu Chirone, educatore, tra gli altri, di Achille, di Giasone, di Ercole e di Esculapio. Forse la grande freccia, che è tra gli zoccoli del Sagittario elevato in cielo, si riferisce alla costellazione extrazodiacale della Sagitta, la freccia con cui Chirone fu ferito, per sbaglio, dal suo stesso alunno: Ercole per l’appunto.

Ma senza perderci nella selva del mito con i suoi irresistibili richiami interpretativi, cerchiamo di cogliere il senso della scena nel contesto generale del cammino dell’Opera. Ormai il Maestro lascia libero l’Adepto di agire, di sostenersi da solo, di reggersi sulle proprie gambe.

Procedendo nella nostra caccia, quella alle coppie, ecco due cavalli “speciali”a pelo di collisione nel cielo: Pegaso alato e il Sagittario costellazione. Essi guardano in direzioni opposte e si sono scambiati i ruoli: il cavallo volante è atterrato e quello terrestre è in volo.

Infine c’è una grande novità : una montagna al centro della scena. Ad essa fa da pendant, anche se in una posizione più arretrata, un’architettura: un tempio circolare che richiama quello visto nel Toro. Sul cocuzzolo di questa montagna Pegaso, battendo lo zoccolo, ha fatto scaturire la fonte a cui attingono le Muse. Questo dunque è il monte Elicona – e non la montagna senza nome che incontreremo alla fine di tutto il Ciclo - , monte sacro alle Muse e ad Apollo che le ispira e che le guida nella danza e nel canto.

Toro e Sagittario sono decisamente i due Segni “musicali” di questa sala.
Le Muse, rappresentate ai piedi dell’Elicona sono – come già accennai – sette e non nove, come la tradizione vorrebbe, e sono distribuite attuando quella scomposizione del numero 7 che già commentammo: 3 Muse sono da una parte e 4 dall’altra della fonte Ippocrene.

Sono Muse e non ninfe: qui danza e canto sono intesi come arte, ovverosia τεχνη (techne) e non come naturale, libera espressione di un sentimento, di un istinto. L’evoluzione dal Toro al Sagittario è dunque nel segno non solo della consapevolezza e del totale dominio di sé, ma anche nella elaborazione di precisi mezzi e competenze.

Nel Sagittario ormai si è conquistata la totale padronanza degli strumenti dell’Opera e si è arrivati al perfetto equilibrio, alla fusione delle due nature presenti nell’uomo: quella istintuale e quella razionale, quella umana e quella divina.

Anche in astrologia si fa lo stesso tipo di riflessione per quanto riguarda la natura doppia del Segno: la parte animale del Centauro significa il terrestre, la parte umana, il divino. Ciò che nei Gemelli era distinto, diviso: un Gemello era mortale (Castore), l’altro immortale (Polluce), nel Sagittario è ridotto all’unità, all’uno.

La scena stagionale rappresentata è quella dell’aratura, la preparazione cioè del terreno affinché raccolga la seminagione.

Padroni assoluti della nostra doppia natura, anche noi prepariamo il terreno alle due conclusive prove che ci attendono e che cadono in due Segni, che sono, tutti e due, Domicili di Saturno:
- il Segno di Terra del Capricorno, in cui Saturno ha il suo Domicilio
Diurno e
- il Segno d’Aria dell’Acquario, in cui Saturno ha il suo Domicilio
Notturno.

Con il pianeta Saturno siamo arrivati, per l’astrologia, al pianeta più lento, e dunque più lontano dalla terra nella scala delle sfere planetarie.
Nella gerarchia delle facoltà connesse ai vari pianeti, Saturno rappresenta la ragione, il giudizio, il vertice delle facoltà psichiche.

Per l’alchimia invece Saturno/piombo è il metallo “più basso”, più vile nella scala di valore dei metalli: astrologia e alchimia qui rovesciano le loro scale di valore realizzando in pieno il dettato della Tavola Smeraldina: “ il più basso è simile in tutto al più alto e il più alto è simile in tutto al più basso”. Traducendo tutto ciò nel processo di sublimazione spirituale che sta toccando il suo culmine diremo che la dialettica che lega questi due Segni saturnini è la stessa che lega la ragione e il corpo: Saturno/ragione e Saturno /piombo devono trasmutarsi l’uno nell’altro. Il pensiero deve farsi corpo, così come il corpo, la coscienza corporea, deve farsi spirito.

L’alchimista-artista, arrivato a questo punto dell’Opera, agisce direttamente sul dualismo della sua coscienza individuale, divisa fra il pensiero e il corpo. Se nel Capricorno, Segno di terra, ci sarà l’assorbimento del corpo da parte dello spirito, per cui il corpo tornerà ad essere spirito, nell’Acquario, Segno d’Aria, ci sarà il percorso inverso e lo spirito si farà corpo.

Ecco perché in questi due Segni - che mi riservo ancora di decifrare - si realizzano le esperienze più choccanti del processo di risalita psichica alle origini del mondo e alla visione diretta di Dio. Ed invero entrambi i Segni sono percorsi da molteplici movimenti che abbracciano tutte le direzioni.
Verseau (inversion) :  Nel Capricorno con la sua Torre-Fortezza, posta sotto assedio, domina il movimento verticale: dal basso salgono gli assedianti, dall’alto si fanno precipitare le statue di pietra, che erano d’ornamento alla Torre.


Verseau : le mythe de Ganimède, le chasseur et Mars (les dichotomie)

Nell’ Acquario il movimento è orizzontale e verticale insieme: 
- orizzontale, se seguiamo l’andatura svelta del giovane, biondo cacciatore, vestito di rosso ed oro (colori della fine dell’Opera), che passa oltre, né pare proprio vederlo, un Marte (ma è proprio lui?), fermo, quasi in posa, con una lorica di un colore bigio indistinto;
- verticale, se consideriamo la netta linea di demarcazione tra la metà di destra, con boschi e scena di caccia (ma è solo questo?) in cui si trova Marte, e la metà di sinistra con l’architettura della Porta dei Leoni di Verona, che continua il taglio netto della sua parete con l’asta dello scattante giovanotto.
Questo modo di separare la scena, sia detto en passant, Falconetto lo poteva prendere dalle opere allegoriche del tempo, tipo quella dipinta da Lorenzo Lotto sulla custodia del ritratto del vescovo Bernardo de Rossi (1505). Ma qui c’è uno scatto in più: le due metà non restano separate, perché il cacciatore biondo sta proprio muovendosi dall’una all’altra parte, quasi a dire che ormai egli è libero di superare le tradizionali demarcazioni tra architettura e natura, tra Arte e Natura.

Fra tanti interrogativi una cosa è certa: nel Segno dell’Acquario avviene l’elevazione alla vista di Dio, trattata attraverso il mito di Ganimede. Il giovinetto, rapito da Giove per farne il suo coppiere sull’Olimpo, sta ascendendo al cielo sopra un’aquila possente ed è Giove stesso – un unicum in tutto il Ciclo – che si sporge dalle nuvole per incontrarlo. I due allungano le loro braccia – un’eco della Cappella Sistina (1508-1512)? - perché la scintilla del contatto, del ritrovamento non tardi ancora.

In alchimia l’aquila – riprendiamo concetti già toccati per la Vergine e per lo Scorpione - era il simbolo del passaggio dal fisso al volatile e nell’ascesi spirituale era il simbolo della coscienza illuminata.

Ora sì, arrivati all’Acquario, calato lo spirito nel corpo, ci si può elevare alle regioni superiori e vedere direttamente, come si pensava potesse fare l’aquila con il sole, la luce divina, il Sole, l’Oro.



Capricorne : Le Siège de Rome par les Goths en 537 et la lutte pour ne pas perdre foi en soi

Capricorne :  Ma prima di questa definitiva elevazione bisogna superare la “prova della Torre”, illustrata nel Segno del Capricorno, a cui dunque torniamo. Vedete come anche l’esposizione inverte ordine e direzione?

Per capire questa prova facciamo ricorso ai tarocchi, riferimento non indebito se ci ricordiamo di quel mazzo dei “Tarocchi Mantegna” che allietò col suo percorso mistico i tre celebri congressisti di Mantova.

La carta che ci riguarda è quella della “Torre folgorata dal fulmine”, da cui precipitano sassi e persone. E’ una carta chiamata in vari modi: in Francia e in Germania la si chiama “Casa di Dio”, a Ferrara “Casa del Diavolo”; Teofilo Folengo la chiama “Il fuoco”, l’Aretino “La casa di Plutone”; da altri è detta “Cielo”, ma anche “Inferno”. Allenati ormai al discorso ermetico, sappiamo già come questi termini siano solo apparentemente contradditori e senz’altro riconducibili ad un’unica verità.

Essa si cela nella storia biblica di Giobbe, colui che sopportò l’insopportabile senza perdere la fede in Dio. La fede in Dio si può perdere o perché si è spinti al male dai piaceri o perché si è spinti al male dal dolore. Dio può mandare prove tali, come quella dell’assedio che domina la scena - che è, interpretando i due personaggi in primo piano come il generale bizantino Belisario e il suo aiutante Costantino, l’assedio di Roma da parte dei Goti nel 537 - da farci perdere tutte le basi della nostra sicurezza e della nostra potenza.

E quali segni della mondana potenza Falconetto fa svettare nella città di pietra, in cui si trova la Torre-Fortezza, obelischi e colonne della città che dominò il mondo: Roma.

Nell’irrealtà fantastica della messa in scena, che ricorda certe xilografie di un libro famosissimo nel Rinascimento, un libro ermetico e geroglifico insieme: il Sogno di Polifilo di Francesco Colonna (pubblicato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499), è senz’altro riconoscibile l’obelisco con la sfera sul suo apice. E’ l’obelisco Vaticano, l’unico a mantenersi stante sulla sua base e in vista attraverso tutto il Medioevo. Era chiamato “aguglia” (punta) o “guglia di Cesare”, perché si diceva che nella sua sfera di bronzo fossero conservate le ceneri di Giulio Cesare, fondatore dell’Impero; si diceva anche che ai suoi piedi fosse stato martirizzato San Pietro, il fondatore della Chiesa.

Dai grandi della storia “moderna”, torniamo ai grandi dei tempi biblici, a Giobbe, che la Bibbia dice ”il più grande tra tutti i figli d’Oriente”, ricco di figli, di greggi e d’armenti. Ora Giobbe,spogliato di tutto, dirà: ”Nudo sono uscito dal ventre di mia madre e nudo vi farò ritorno!”

Ecco il senso dell’uomo, tutto nudo, che innalza il Capricorno al cielo; ed ecco le ambivalenze interpretative della “Torre”, Casa del Diavolo o di Dio, a seconda del nostro comportamento, della nostra risposta di fronte alle prove della vita.
Il momento stagionale è quello della semina. Un solitario contadino, a cui fa eco una solitaria colonna (la colonna di Foca nel Foro Romano), sta gettando il seme nella terra deserta dell’inverno. La colonna svetta verso l’alto, verso il cielo, il seme sprofonda giù, dentro la terra : un uomo nuovo, destinato al cielo, nascerà dal grembo di questa terra.


Poissons : le Philosophe illuminé par la grâce divine

Poissons : Come è certo destinato al cielo, nel Segno dei Pesci, la figura del terzo personaggio-chiave presente nel Ciclo: il Filosofo, colui che, superata la dicotomia corpo e spirito, ha interiorizzato la conoscenza e la visione di Dio (i due Segni precedenti).

Il senso dell’Opera non è infatti quello di un annullamento in Dio, ma di una trasfigurazione, che il raggiungimento della Pietra Filosofale, dell’Oro, ha operato dentro di noi.

Una grande quiete ed essenzialità dominano la scena: il paesaggio, da cui è scomparsa l’architettura – siamo finalmente approdati alla terra dell’Età dell’Oro – è risolto con una grande montagna, che digrada morbida sulle acque marine. C’è una coppia sulla sua cima: lei in rosso, lui in verde. La donna ha già spiccato il salto nel vuoto e trascinerà con sé l’uomo. Li ritroviamo infatti sulla riva nell’atto di innalzare festosamente due pesci verso il cielo.

Saranno Venere e Cupido, come alcuni hanno visto – ma a me Cupido sembra cresciuto un po’ troppo -, o la coppia alchemica dell’ anima e dello spirito, che una volta raggiunta insieme la vetta, l’alto, tornano tripudianti in basso, uniti nella forza totalizzante dell’amore? L’unione tra uomo e donna può essere anche vista come un simbolo della totalità originale, ovverosia edenica dell’essere umano: l’Androgino, l’Ermafrodito, il figlio di Mercurio (Ermes) e di Venere (Afrodite), chiamato in alchimia anche Rebis. E se, infine, volessimo estendere questo concetto dall’Io al cosmo, allora parleremmo della funzione di Venere come restauratrice, reintegratrice dell’ armonia del mondo. Il suo salto nel vuoto, nell’etere dello Spirito, ristabilisce l’unità nell’universo d’amore.
Nella baia due pescatori nudi, che stanno gettando le reti, alzano le teste verso la montagna per seguire la scena. Che siano dei “perfetti”, come il Filosofo in primo piano? Certo essi sono inseriti nella realtà dell’armonia cosmica, giacché l’acqua (il mare filosofico) in cui stanno è essa stessa specchio del cielo: in basso essi vivono e si nutrono – hanno le reti da pesca – di ciò che sta in alto, nelle “acque superiori”.

Veniamo infine al personaggio solitario in primo piano, al Filosofo.
Vestito di un’ampia veste rossa (il colore della fine dell’Opera) egli è appena uscito da dietro il pilastro di sinistra – il piede destro sta ancora completando il passo – per fermarsi davanti ad un fuoco. E’un fuoco (il terzo della serie) vigoroso e solenne come il Filosofo; alimentato da grossi legni, ordinatamente posti a raggiera, sembra quasi scaturire dalla terra.

Verso questo fuoco il nobile vegliardo protende le mani, nude come i piedi. Ma il suo non è certo il gesto di tanti Libri d’ore e Calendari medioevali, che così solitamente rappresentano i rigori della stagione invernale.

Il Filosofo del Fuoco, il filosofo tramite il fuoco, come era chiamato l’operatore dell’Arte Sacra, è scaldato dal fuoco interiore, quello dell’illuminazione e della grazia di Dio, scese su di lui alla fine della GRANDE OPERA.

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