samedi 8 février 2014

LA FAMILLE SANVITALE AU CHATEAU DE FONTANELLATO : LE CYCLE DE FRESQUES DE DIANE ET ACTEON PAR LE PARMESAN (1524)





La Rocca San Vitale à Fontanellato

“Son qui due cose le quali ai passeggeri studiosi della pittura e di altre arti porgono materia di sviarsi dalla strada dritta romana, procedendo a Fontanellato: l’una è il camerino del Sig. Luigi tutta dipinta di mano di Francesco Mazzola detto il Parmigianino eccellente pittore, l’altra è una Armeria raccolta da Ottavio con molto studio, tempo e spesa…”

Conte Luigi Sanvitale, 1589

Il gioiello più prezioso della Rocca è però la “Saletta di Diana e Atteone” affrescata da Francesco Mazzola,  noto come Parmigianino (Parma 1503 - Casalmaggiore 1540). Dipinta nel 1523-1524 per il conte Galeazzo Sanvitale e sua moglie, Paola Gonzaga, è uno dei capolavori giovanili dell’artista. La volta è decorata con putti sullo sfondo di un fitto pergolato con, al centro, un ampio squarcio di cielo ed uno specchio rotondo recante il monito “respice finem”. Nelle 14 lunette sottostanti è raffigurato il mito di Diana e Atteone, tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio. Diverse sono le interpretazioni date alla saletta nel corso degli ultimi decenni, ma l’ipotesi più accreditata è che fosse una sorta di piccolo “boudoir” o “studiolo” privato di Paola Gonzaga, che troviamo ritratta nella figura femminile sopra la finestra.

Il significato degli affreschi è sfuggente, nonostante i numerosi studi a tal proposito. L'ipotesi più semplice è che si tratti semplicemente di un tema mitologico letterario scelto poiché correlato all'attività svolta in quella stanza, il bagno della contessa che quindi era paragonata alla dea Diana (Ghidiglia Quintavalle, 1966). C'è anche chi ha proposto una lettura alchemica (Fagiolo dell'Arco, 1970, Mutti, 1987), secondo cui la storia rappresenta l'unione del principio maschile e femminile, ove il cacciatore Atteone, pur di appropriarsi del principio divino, la dea Diana, è disposto a mutarsi da predatore a preda e a morire.

Ute Davitt Asmus legò invece la figura di Diana a quella della committente (un po' come avviene nella Camera della Badessa), associandole il tema della caccia intesa come "caccia d'amore" e quello della lettura cristianizzata di Ovidio alla luce della dottrina neoplatonica. La studiosa inoltre vi lesse un riferimento agli eventi tragici della vita dei committenti, in particolare legati alla morte del loro primo figlio, nel settembre del 1523. L'ipotesi, ripresa da Pietro Citati (1990) e dalla Dall'Acqua (1994), vedrebbe dunque Paola-Cerere che assiste impotente alla punizione ingiusta quanto insindacabile che gli dei tributano agli uomini dal fato avverso. Atteone sbranato infatti non mostra nessuna smorfia di dolore o rincrescimento, ma va incontro impassibile al suo destino, senza movimento alcuno[3]. A sostegno di ciò si indica la tradizionale identificazione del putto con la collanina di corallo nel figlio perduto della coppia, mentre la visione del roseto celeste, emblema mariano, suggerirebbe l'unica via di consolazione alla tragedia, ovvero la fede e la preghiera cristiana in quel senso il "Respice Finem" sarebbe un invito a guardare al "fine" dell'esistenza umana cioè Dio. Nella lettura della Dell'Acqua le fattezze femminee di Atteone prima della trasformazione sarebbero addirittura un esplicito rimando all'identificazione con la contessa. Tale interpretazione, per quanto affascinante, può generare comunque perplessità se si riflette a quanto la coppia potesse realmente richiedere immagini aggraziate per trasfigurare (e quindi ricordare in perpetuo) un recente dolore.



Le Condottiere Gian Galeazzo Sanvitale (1496-1550) époux de Paola Gonzaga de Sabbionetta

Nacque dal conte Jacopo Antonio e da Veronica da Correggio pochi mesi dopo la battaglia di Fornovo, nella quale il fratello maggiore Gian Francesco aveva combattuto nelle file francesi di Carlo VIII. Alla morte del padre nel 1511 ereditò assieme al fratello i feudi di Fontanellato, Noceto, Belforte e Pietramogolana. L'anno seguente morì anche sua madre Veronica e Gian Galeazzo venne affidato alla tutela prima del fratello Gian Francesco e poi di Galeotto Lupi, marito di Lodovica Sanvitale.

Rimase sempre fedele alla scelta di campo fatta dal fratello durante le guerre d’Italia. Dopo la battaglia di Ravenna i francesi, pur vittoriosi, furono costretti per le gravi perdite ad abbandonare l’Emilia e la Lombardia, mettendo in difficoltà i loro sostenitori. Parma venne occupata dalle truppe pontificie e Gian Francesco Sanvitale, che probabilmente si allontanò da Fontanellato, incaricò il fratello di giurare fedeltà a papa Giulio II, nuovo signore di Fontanellato. Per sottolineare la distinzione tra i due fratelli, nel dicembre dello stesso anno la proprietà della Rocca di Fontanellato venne divisa.

Nel 1513, alla morte di Galeotto Lupi, ne ereditò tutti i beni e nel 1516 sposò Paola Gonzaga, figlia di Ludovico Gonzaga, marchese di Sabbioneta. Da quell’anno la Rocca di Fontanellato diventò il centro di un’intensa attività culturale di cui furono protagonisti, oltre che il Sanvitale e la moglie, il fratello Gian Lodovico, che studiava a Pavia, e soprattutto Girolamo Sanvitale, conte di Sala Baganza.
Nel 1522 Gian Galeazzo fu nominato colonnello del re di Francia e aiutò il cugino Gerolamo nella lotta contro i Rossi per il controllo di Parma. Nel 1525, dopo la sconfitta subita dai francesi nella battaglia di Pavia, i Sanvitale furono oggetto di duri attacchi da parte del comune di Parma, ma la loro fedeltà alla causa di Francesco I era tale che fece acquisire a Gian Galeazzo la nomina a Cavaliere dell’Ordine di San Michele e la cittadinanza francese.

Nel 1526 il marchese Scipione dalla Rosa, probabilmente per conto del comune, gli vendette il casino di Codiponte a Parma, identificato nel palazzetto Eucherio Sanvitale nel Giardino Ducale. Nel 1536, insieme a Gerolamo Sanvitale, venne considerato ribelle al potere pontificio e inquisito. Nel 1539-40, con la collaborazione dei Pico e la complicità dei francesi, tentò un colpo di mano contro Cremona, che venne però scoperto e sventato dagli imperiali.

Quando Pier Luigi Farnese diventò nel 1545 signore di Parma ne condivise la posizione filofrancese, e dopo la sua uccisione a Piacenza fortificò Fontanellato e resistette alle truppe di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, rifiutando di giurare fedeltà all’imperatore Carlo V.


Morì all’inizio della guerra di Parma nella casa di Antonio Bernieri, nella vicinia di San Marcellino nei pressi della Cittadella.